Calci & Schiaffi: Il cinema delle arti marziali


Yamada: The samourai of Ayothaya
agosto 23, 2011, 2:49 pm
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YAMADA: THE SAMOURAI OF AYOTHAYA (2010)

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Prefazione lampo: in questo film recita Buakaw. E ha i baffi.

Samurai e Thai boxers, l’unione è possibile. Girano ancora poche notizie su Yamada: The samourai of Ayuthaya, uno dei film più interessanti del 2010. La formula propone un insolito -­ e devo dire neanche niente male – ­ mix tra ninja, samurai giapponesi in gonna e pugili thai baffuti e cazzuti, combattere nella sperduta provincia thailandese di Ayothaya.

Nonostante il film sia ben fatto e ricco di aspetti positivi che vedremo, non se ne può dire la stessa cosa a proposito della trama che, a onor del vero, è copiata pari pari dalla storia presentata da L’ultimo samurai del belloccio Tom Cruise in versione spadaccina. Potremmo poi dire che a sua volta L’ultimo samurai è scopiazzato dal più longevo Balla coi Lupi, per continuare un’infinita lista di scopiazzamenti a tappeto che terminerebbero (forse) con Il Libro della Giungla, ma sarebbe troppo lunga. Insomma, in soldoni è la solita storiella del sampronio di turno che finisce nelle mani dei suoi nemici ma, contrariamente a ciò che si aspettava, lo salvano e se lo portano nella loro terra fino a fargliela amare alla follia.

A detta della pellicola, la storia presentata è vera e i personaggi sono realmente esistiti. Siamo nel periodo Edo giapponese nella provincia di Ayothaya della Thailandia. Yamada Nagamasa è un samurai assoldato come guardia del corpo di un signore dell’esercito. Scampati da un agguato teso dai Simaesi nella loro casa, Yamada si vede ugualmente redarguito per non aver impedito a sufficienza che i nemici venissero a conoscenza della residenza del nemico. Dopo una notte di festa nel villaggio però, Yamada viene aggredito e colpito da dei ninja comandati da un funzionario del suo signore che tenta così di ucciderlo per la sua inettitudine dimostrata come guardia del corpo. Proprio mentre il nostro eroe sta per ricevere il colpo di grazia, si palesano quattro thai con capigliature all’insù e baffi a corna di bufalo che, a colpi di ginocchiate e gomitate nucleari,  neutralizzano i ninja salvando così Yamada che viene portato al loro villaggio e curato dalle ferite riportate.

Da qui in avanti si può benissimo immaginare il proseguimento della storia: Yamada viene accolto dapprima con diffidenza, poi come membro della loro gente, imparando la loro cultura e rendendosi utile a loro. Il conto con i Giapponesi rimane però ancora aperto.

Come ho detto, nonostante la storia proposta abbia ben poco di originale, trovo che il film sia comunque un ottima riuscita per vari motivi. Certamente un contributo notevole lo danno i luoghi dai paesaggi esotici e antichi, così come i rituali della Thailandia di un tempo. La sceneggiatura e la fotografia sono particolarmente suggestive e studiate scena per scena e lo stesso valga per le scenografie. Inoltre il realismo dei combattimenti non toglie la grande spettacolarità delle azioni.

Stupirà, ma Yamada è in un certo senso un film pieno di pace. Il film infatti inizia affermando:

“Il film è basato sia su fatti storici sia sulla fantasia dell’autore per commemorare il 124mo anniversario delle relationi diplomatiche tra Thailandia e Giappone”

Nonostante alcune scene siano piuttosto crude e violente, non hanno niente di quello spirito da adrenalina alle stelle tipico di molti film d’azione. Il Giappone di Yamada e la Thailandia degli abitanti di Ayothaya sono Paesi che fanno del proprio bagaglio culturale un tesoro da condividere e da arricchire, lontani dalle antiche convinzioni di purezza e di perfezione assoluta e vicini ad un concetto pacifico e altrettanto nobile di umanità.

Questa idea di due culture che convergono è la vera colonna portante del film, la cui rappresentazione più evidente è la spada dalla lama giapponese e dall’impugnatura fatta in Ayothaya. Ho particolarmente apprezzato la cura che il regista ha posto nella ritualità dei diversi stili di combattimento. I fronteggiamenti di spada preservano massima fedeltà alla tradizione della scherma giapponese, i movimenti sono precisi, netti  in ogni azione, evitando così la classica e tediosa accozzaglia di sciabolate. Lo stesso si dica per gli scontri in stile thailandese; ogni combattimento inizia con il rito del saluto tra i due avversari e il rispetto è uno dei valori che vengono premiati. I Tanaileuk dal baffo biricchino non sono guerrieri assetati di sangue o picchiatori di strada, al contrario ci vengono presentati dei discepoli buoni quanto devoti. Poi se non li fai incazzare ovviamente è meglio… (vedi figura sotto)

La muay thai viene qui presentata in maniera del tutto diversa da quella proposta dai film come Ong Bak, che l’hanno resa celebre in tutto il mondo. L’eleganza dello stile ha molte più attenzioni della sua brutalità così come i suoi praticanti che, nonostante l’aspetto decisamente esotico, sono mostrati privi di un’indole da picchiatore macho, quanto piuttosto quella di veri difensori.

Interessante l’attenzione data alla sfera del linguaggio; i dialoghi tra Giapponesi avvengono tutti in lingua originale, così come i pensieri di Yamada.

Questo è uno di quei film che ti rivedresti senza problemi, davvero una bella sorpresa!



XANDA
aprile 26, 2011, 9:46 pm
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XANDA (2004)

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Signore e signori, è con immenso piacere che vi presento il primo film sul Sanda: Xanda. Ne sentivamo il bisogno? ovviamente sì. Durante l’ascesa della Thailandia nel mondo della cinematografia marziale, Hong Kong tenta un ritorno sulle scene del cinema d’azione, che un tempo aveva dominato. 

Il passo in avanti nella qualità c’è eccome e non è da ricercare soltanto nelle scene di combattimento – decisamente più realistiche -, ma nell’intenzione di distaccarsi finalmente dal presentare il solito kung fu tradizionale, in favore di una disciplina ‘nuova’ (perlomeno a noi occidentali, vittime come siamo di super sayan o di maragli con ossa di elefante legate alle braccia) facendo così in modo che la storia cinematografica delle arti marziali cinesi abbia modo di raccontarsi di nuovo. 

Una cosa però la bisogna dire: non stiamo parlando di un filmone che ci lascia a bocca aperta dalla meraviglia, ma quello che trovo affascinante è proprio il suo essere una storia molto semplice pur non essendo niente di speciale nè originale; il protagonista, Qiang, si allena nel sanda per pagare le cure di un suo amico rimasto gravemente ferito in una rissa. Il regista Marco Mak (..Marco?) riesce anche ad intrecciare con intelligenza a una piccola e giusta dose di romanticismo. Sullo sfondo ovviamente il sanda; l’elemennto, la disciplina che permette a Qiang di riscattarsi e di poter salvare l’amico.
Xanda è quindi un film parecchio inusuale per lo standard della produzione cinese sulla cinematografia d’azione, a partire dalla scelta del casting, nel quale non compare nessun attore famoso e la storia non ha eroi così come ce li aspettiamo; alcune parti sembrano addirittura trascurate, vedi il rapporto tra l’allenatore e Qiang stesso. Tra le critiche che si sono sollevate, la sensazione generale espressa è stata quella che al film mancasse qualcosa, ma come dice lo stesso produttore Tsui Hark:

“Xanda è più realistico, più vicina all’arte effettiva del combattimento e non si adatta alle grandi star che conosciamo. Non credo che al film manchi qualcosa semplicemente a causa della sua mancanza di personalità famose. Quando Lin Qing Hsia  era venuto a Hong Kong, da Taiwan, non era noto. Quando Jet Li era appena arrivato a Hong Kong, era un nessuno.”

Ultima osservazione: c’è chi ha visto nella storia una sorta di antagonismo tra il wushu e il sanda, come se il film volesse diffidare delle moderne arti marziali cinesi, in favore di quelle tradizionali. Peccato che per rispondere a questa critica basti fermarsi a leggere il titolo e riformulare un ‘perché?” diverso. Comunque sia per dissipare ogni dubbio ci ha già pensato il regista stesso, che in poche parole ha dato fornito un’interessante punto di vista:

“Sanda ha origine dal Wushu. Gli stranieri pensano sempre che il wushu cinese sia soltanto una disciplina dove le persone volano per aria. Questo è un concetto sbagliato. Abbiamo girato Xanda per dire al mondo che le tradizioni e la cultura cinese non sono solo enigmatiche, non solo estetica, ma anche pragmatica.”

Un bel nove su dieci lo voglio dare alla fotografia, liberamente ispirata a Rocky. Ah, approposito..l’antagonista è l’Ivan Drago cinese.



MUAY THAI CHAIYA
marzo 3, 2011, 9:52 am
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MUAY THAI CHAIYA (2007)

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Per chi ha adorato Ong Bak e ha visto in Tony Jaa il nuovo Gesù Cristo dei martial movies, sappiate che per questo mese anche la sinistra del padre sarà occupata da un altro thailandese tostarello: il pluri-famoso Thawatchai Penpakdee. Nel 2007 La Thailandia non è rimasta a godersi il successo mondiale di Ong Bak e The Protector, ma ha continuato al contrario a sfornare film di un certo calibro, portando sul mega-schermo nuovi interessanti talenti. Muay Thai Chaiya è una di quelle pellicole che nelle intenzioni ricorda molto alcuni pilastri portanti del cinema marziale come Drunken Master, e in generale tutti quei film dove l’obiettivo finale dell’opera è incentrato sullo stile di combattimento di un’arte marziale. Qui però non si parla solo della Thai Boxe alla quale ci ha da tempo catechizzato Jaa.

Veniamo alla trama. La storia parla di questi tre amici inseparabili, Pao, Samor e Piak, laboriosi e promettenti allievi combattenti, sotto la guida del padre di Pao. Nel loro villaggio si allenano sin da piccoli condividendo le solite gioie e le solite sfighe, finché la loro palestra non subisce la dipartita del padre e del fratello di Pao, che lasciano il loro paese natio alla volta di Bangkok. Nel frattempo Samor, il cicciottello dei tre, si distrugge un piede dopo aver tentato il suicidio, mentre gli altri due continuano i loro allenamenti diventando pugili più che rispettati. In tutto questo Piak – che è il vero protagonista del film – si innamora di un’infermierina molto carina che seguirà l’allegra combricola quando decidono di partire anche loro per Bangkok. Nelle loro teste aleggia ovviamente il sogno di diventare pugili professionisti, e la capitale tailandese può rivelarsi un notevole trampolino di lancio per il successo. Ma le cose non vanno come dovrebbero andare e la storia si complica notevolmente quando il promettente Piak termina la sua carriera dopo averle prese di brutto sul ring, finendo successivamente nel giro dei combattimenti clandestini. Da qui in poi il film prende un’interessante piega la cui trama intreccia vari generi cinematografici che vanno dai gangster movies, ai film d’azione a quelli drammatici.

Muay Thai Chaiya si distacca dalle altre produzioni thailandesi, essendo sì una storia dove le arti marziali e l’azione sono protagoniste, ma dove le intenzioni non si fermano a questo. La storia non è infatti una semplice scusa per qualche gomitata in fronte, ma viene arricchita dallo scenario drammatico tipico dei film sulla malavita, nei quali i personaggi arrancano (potremmo proprio dire “sgomitano”) per vivere in una città dove il crimine è quel gorgo dell’ambiente sociale che trascina sempre più in fondo a sé coloro che non vedono possibilità di scelta. Sullo sfondo infatti viene presentata la triste dinamica del mondo degli incontri, nel quale i sogni di gloria dei combattenti scendono spesso a patti con l’ambiente criminale. In questo senso, Muay Thai Chaya presenta forti accenni di critica alla società thailandese e alle dinamiche perverse delle città più abiette.

Difficile da trovare, ma consigliatissima la visione!



KURO OBI
febbraio 27, 2011, 3:45 pm
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KURO OBI – BLACK BELT (2007)

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Bella regaz mi laureo e questo significa che posso finalmente tornare a guardarmi dei film dove la gente si pesta di brutto per almeno un’ora e mezza . Dopo svariate pellicole dalla terra del nostro condottiero Liu Hailong – eletto da me stesso “Eroe della Sberle alla Cinese” – vi presento un piccolo capolavoro della cinematografia giapponese di genere: Kuro Obi. Nonostante il titolo possa far pensare ad una pseudo-americanata rivisitata in stile giapponese (significa Cintura Nera), il film è davvero bello.

Che la terra del sole abbia ricominciato a proporsi nel panorama del cinema marziale asiatico lo si era capito da un pezzo, ma in questo decennio stiamo assistendo ad un sincero rinato interesse per il genere. Quel percorso iniziato negli anni Sessanta con Bruce Lee e proseguito con un boom gigantesco dei film sulle arti marziali fino agli anni Ottanta, aveva visto un netto declino nei Novanta. Vuoi perché gli attori esperti si confinavano tra le botte da orbi dei vari Jean Claude Van Damme e lo stile tipicamente cinese alla Jackie Chan, vuoi perché il fascino dei film marziali stava ormai esaurendo la sua spinta propulsiva.

Negli anni Duemila invece ci si è ripresi alla grande e l’Oriente ha sfornato una serie di nuovi eroi non da poco, per non parlare dell’incredibile miglioramento sul piano delle riprese, della fotografia e non da ultimo delle scene d’azione. Se la Cina può campare ancora su un roster di attori davvero validi come Jet Li, Jackie Chan e Donnie Yen, e la Thailandia gode dell’oramai celebre Tony Jaa e della nuova pupilla Jeeja (della quale parleremo..oh se ne parleremo), ora il Giappone debutta sulle scene con Tatsuna Naka e Rina Takeda.

Ritorniamo quindi al nostro Kuro Obi, che assolvo ufficialmente a Sberla Ufficiale del cinema giapponese di genere. Siamo nel 1932 in un Dojo di Karate in mezzo alla foresta. Il sensei è un tipo di quelli tosti che insegna la dura via dell'”arte della mano vuota” ai suoi tre fidati discepoli. Ad un certo punto però l’esercito imperiale confisca il dojo e alla morte del maestro i tre discepoli sono chiamati e costretti ad allenare le truppe giapponesi alla disciplina del karate. Sebbene acconsentano alla cosa, due rimangono fedeli agli insegnamenti del maestro, mentre il terzo dall’animo corrotto no, optando per una vita all’inseguimento sfrenato delle ambizioni personali. Sullo sfondo c’è la contesa per meritare l’antica cintura nera del vecchio maestro; solo chi ne sarà degno potrà riceverla. Questa è fondamentalmente la trama, poi vedetevelo che spacca.

Ciò che mi è piaciuto parecchio nel film è la totale attinenza delle scene d’azione ai principi del karate, dove la spettacolarità alla quale siamo abituati (scordarsi calci volanti, capriole con gli occhi e continue sfide alla forza di gravità), viene messa da parte in favore della bellezza nelle azioni da ricercare nei movimenti secchi e fulminei caratteristici della disciplina. E qui c’è il fattore non indifferente che i tre attori protagonisti sono veri maestri di karate. Non riusciamo a capire però la presenza di Fuyuhiko Nishi alle coreografie dei combattimenti, visto che è lo stesso  di High Kick Girl, che al contrario di Kuro Obi è un film di merda e più avanti scopriremo insieme perché.



Wushu: The Young Generation
ottobre 18, 2010, 2:48 pm
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ficoWUSHU: THE YOUNG GENERATION (2008)

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Torniamo quasi ai giorni nostri, lontani dai boxer senza un braccio, dai monaci facinorosi e compagnia bella. Questa volta siamo nel 2008 e il film di turno è Wushu: the young generation. Partiamo subito col dire che sì, effettivamente Antony Szeto poteva trovare un titolo un po’ meno stile Power Rangers, ma ciò nonostante il film è godibile. La storia vede come protagonisti un gruppetto di cinque giovanissimi atleti in una scuola di wushu, due di loro gemelli e figli nientepopodimeno che di quel buontempone di Sammo Hung che sforna perle di saggezza ai pargoli e si comporta da vero paparone.

I fanciulli crescono e si allenano insieme, come insieme si aiutano quando l’altro ne ha bisogno. Una volta diventati ragazzi, comincerà per loro il percorso dell’atleta fatto di gare, amori e ovviamente da un po’ di casini, che non guastano mai. Tra i misfatti, quello principale è rappresentato da un vecchio studente di Hung, Kuo Nan. Cacciato dalla scuola per la violenza che aveva in corpo, Nan si è dedicato ad attività illecite e non proprio correttissime come il redditizio business con i rapimenti di bambini.
Li Er, Li Yi, Fong Fong, Zhang Deming e Han Wen dovranno quindi affrontare il crimine organizzato e consegnare alla giustizia i responsabili dei rapimenti, alcuni dei quali hanno coinvolto dei giovani allievi dell’accademia.

Come si può immaginare la trama non offre niente che possa essere egualmente eccitante come i classici film discazzottate, ma d’altronde Wushu è un film semplice e di poche pretese. Vuole essere un’umile storia di giovani atleti che vivono la loro esistenza avendo come passione le arti marziali cinesi. Del resto lo stile di vita rappresentato nella pellicola è tale e quale a quello di moltissimi studenti in Cina che frequentano le accademie, come quella d’arte drammatica a Pechino, nelle quali la vita che si svolge è totalmente dedicata all’apprendimento della recitazione e del wushu.
Chi si interessa della cinematografia marziale sa bene che ogni film è intriso di aspetti tipici e storici del paese di origine. La storia di Wushu infatti non è del tutto inventata, almeno per quello che riguardi le situazioni, gli scenari e le modalità che vengono proposte. Nella realtà i bambini vengono presi sin da giovanissimi nelle accademie di wushu, nelle quali vivono e crescono studiando le materie scolastiche fondamentali e allenandosi fisicamente la maggior parte del tempo.
E’ il caso di Li Rong Mei famoso maestro allenatasi in Cina e ora residente a Roma – tra le prime a comparire in Italia quando ‘wushu’ era ancora una parola sconosciuta – la quale in un’intervista non troppo recente raccontava della grande dedizione degli allievi nelle scuole. Sveglia alle quattro di mattina, colazione e poi giù di sudore fino alla sera.

Vista poi la partecipazione di un personaggio del calibro di Jackie Chan come produttore esecutivo e quella dello stesso Sammo Hung, possiamo benissimo dire che Wushu è un piccolo tributo al cinema marziale cinese e alla personale vita degli attori sopra citati. Chan, Hung e Yuen Biao vengono proprio dal China Drama Academy. A riguardo, c’è una breve ma interessante intervista fatta a Hung:

Chan e compagni hanno mosso i primi passi sia nel combattimento che nel cinema sin da giovanissimi ed esattamente come i protagonisti del film, anche loro erano le giovani promesse della scuola. Le Sette Piccole Fortune, come il loro maestro amava chiamarli, tanto che gli allievi di cui sopra hanno adottato il cognome del maestro, Yuen, in segno di rispetto e riconoscenza. Chan e gli altri sei erano stati scelti come i migliori che la scuola mandava ad esibire, promuovendoli inoltre come attori per il cinema di Hong Kong.

Tornando a noi, è un film secondo me da vedere come un piccolo omaggio al cinema marziale che ha fatto la storia. E’ un po’ come se nella trama ci fossero tutti i big del genere che, in un modo molto piacevole, ci raccontano loro stessi e la loro vita da bambini, da atleti, da attori.



Riki Oh – The Story of Ricky
settembre 18, 2010, 5:04 pm
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RIKI OH: THE STORY OF RICKY (1991)

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Questo è senza dubbio uno dei film di genere che preferisco. E’ incredibile come certe pellicole siano in grado di provocare delle standing ovation per l’elevata dose di pacchianeria delle scene. Story of ricky è un film particolare rispetto al genere marziale classico: inanzitutto perchè è la riproduzione su scala cinematografica dell’omonimo fumetto giapponese, cosa piuttosto rara se non unica nel cinema di Hong Kong.

Riki Oh è l’esempio perfetto di eroe imputtanito che, a causa della tragica scomparsa di una persona cara, si trasforma in una furia di morte.
E’ un po’ Ken Shiro, ma senza le skills dell’Orsa Maggiore.
Veniamo alla trama: Il ventunenne Riki si trova nel carcere del perfido signor Sugiyama, reo di aver ucciso un boss della droga che aveva fatto lo sgarro di seccargli la fidanzata. Il nostro protagonista dovrà quindi fare i conti con l’ambiente carcerario dove l’ingiustizia e la violenza gratuita sono un gentile omaggio della “banda dei quattro” (gang of four), comandati da un personaggio spietato come Cyclops, a sua volta delegato dal direttore del bagno penale Sugiyama. Egli è a sua volta un viscido personaggio paffufetello, guercio, con una mano uncinata e grande amante della pornografia come dimostra la ricca collezione che tiene nel suo ufficio.
L’ambiente dove si svolge il film è unicamente la prigione nella quale Riki combatte per sopravvivere, tra secondin,i assassini e carcerati dal cuore buono che diventeranno suoi amici ( e a causa di questo, future vittime della banda dei quattro).
La vena splatter è la nota che caratterizza ogni combattimento, da quelli brevi a quelli più articolati. La fantasia del regista nel creare deflagrazioni originali e tecniche di devastazione del corpo al limite del pacchiano è davvero sorprendente. Impossibile dimenticarsi alcune trovate come gente a cui viene letteralmente piallata la faccia, o coppini capaci di cavare occhi.
Piccola curiosità per gli appassionati: l’attore che interpreta Riki è Louis Fan/ Fan Siu Wong, lo stesso che una ventina d’anni dopo reciterà in Ip Man nella parte del maestro molesto che arriva a Foshan per fare il sederino a tutti e credersela un sacco.
Insomma è un must, unico ostacolo: la lingua. La distribuzione globale è stata scarsa e non priva di difficoltà, come si potrà immaginare. Qui sotto ho trovato un upload in inglese senza sottotitoli…per chi ha l’orecchio abituato alla lingua non è un problema, per tutti gli altri spero di riuscire a caricare una versione con sub in ita. Nel frattempo, godetevi il sangue.
http://www.youtube.com/watch?v=XnhLtB3n25c


Ip Man
luglio 6, 2010, 1:48 pm
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IP MAN (2008)

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Film biografico sulla vita Ip Man, uno dei maestri di arti marziali cinesi più rispettati e conosciuti nel mondo occidentale, fama dovuta soprattutto al suo ruolo di primo insegnante di un giovanissimo Bruce Lee.

Ip Man è sempre stato, sino all’uscita di questa pellicola, un personaggio noto soltanto al microcosmo degli appassionati di arti marziali e al limite di cinefili di wuxia, spesso collocato in un immaginario quasi mitico in cui Man ha rappresentato e rappresenta Il Maestro per eccellenza.
L’inizio della storia però, ha inizio più o meno nel 1938 quando il maestro è già adulto, sposato, figlia a carico e riscuote già un notevole successo nella sua città natale, Foshan, che viene presentata come il cuore di tutte le arti marziali di una Cina ormai prossima a subire l’occupazione Giapponese.
Anche se suona ancora strano data la consulenza alla realizzazione del figlio di Man, Ip Chun, come molti film biografici anche questo pecca di troppa fantasia lasciandosi andare a situazioni inventate di sana pianta, forse per dare un po’ di pepe alla storia, forse perchè le intenzioni del regista non sono soltanto di carattere storico.
Mi spiego. Data la recente ascesa del mondo orientale e asiatico nel panorama globale in qualità di nuove potenze, è chiaro come parallelamente all’affermazione in campo economico, paesi come la Cina abbiano la necessità di un altro tipo di affermazione, che è a livello culturale. In altre parole: Servono nuovi eroi. Che siano il sunto, per quanto si possa perfetto, di come la nazione vuole essere vista.
Non è un caso infatti, che proprio nel 2008 nello stesso mese (dicembre) siano usciti prima Ong Bak 2 per la Thailandia e Ip Man per la Cina e che tra maggio e giugno 2010 siano state annunciate le uscite dei rispettivi sequel. Ognuno con il proprio bagaglio culturale, muay thai e wing chun. Chi combatte contro il villaggio nemico, chi contro l’invasore.
Ed infatti nel caso di Ip Man viene riproposta una delle tematiche implicite ma non nuove, (vedi Fearless) del cinema marziale cinese: l’antagonismo verso il Giappone.
Abbiamo detto infatti che la pellicola parte quando il maestro Man è già adulto, in un periodo storico che vedrà lo scatenarsi della seconda guerra sino-nipponica. Ed è proprio su questa vicenda nella quale il protagonista si muove e ovviamente combatte. Il frequente sentimento di intolleranza verso l’occupazione, si fa portavoce dell’odio verso i Giapponesi, additati come (non lo si dice, ma pare pericolosamente chiaro) un popolo che ha basato la propria cultura sulla sete di sangue e conquista. Non credo di esagerare se dico che nelle ultime sequenze, l’impressione di questo messaggio si fa più esplicita.
Ciò che non mi piace del film è proprio questo costante sentimento denigratorio che sembra spostare il tema del film (la vita di Ip Man) ad uno scontro Cina – Giappone, reso palese tra l’altro dalle due figure contrapposte quali il maestro Man e il generale Miura.
Passando invece al lato puramente tecnico, il regista Wilson Yip ha dato prova di un notevole miglioramento cinematografico per ciò che riguarda i combattimenti, i quali vengono resi molto più naturali e spontanei richiedendo meno l’ausilio degli effetti speciali. Su questo aspetto Ip Man è un buon punto di svolta per il cinema marziale, così come lo sono le riprese e soprattutto la fotografia che merita più di un applauso.
Poi vabeh, neanche a dirlo uno splendido Donnie Yen che si rivela un attore notevole nel genere, riuscendo con successo a calarsi nell’atteggiamento e nel modo di essere del personaggio che interpreta.
Pare infatti che Ip Man fosse un uomo estremamente umile e di animo mansueto, dovuto forse all’abitudine di fumarsi qualche cannetta (fonte: wikipedia, mah..). Chissà, forse oltre le sue straordinarie doti in campo marziale, coltivava una certa passione per la ganja buena.
Tre stelle.